REFERENDUM TRIVELLE: ALCUNI CONSIGLI


equilibri - © Mauro Palano

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto  legislativo  3  aprile  2006,  n.  152,  “Norme  in  materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la  formazione  del  bilancio annuale e  pluriennale  dello  Stato  (legge  di  stabilita’  2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile  del giacimento,  nel  rispetto  degli  standard   di   sicurezza   e   di salvaguardia ambientale”?».

E’ questo il quesito del referendum al quale dovremo rispondere domani.

Dando per scontato che tutti noi andremo a votare, perché è un nostro dovere oltre che diritto, quanti si sono informati per essere sicuri che la risposta che daranno possa essere la migliore?

Noi ci siamo informati e abbiamo cercato di fare un riassunto delle opzioni da prendere in considerazione per dare una risposta al quesito.

Innanzitutto, è da chiarire che il quesito del referendum non è il rilascio di nuove concessioni a trivellare il nostro mare, bensì abrogare la norma, introdotta nella legge di stabilità entrata in vigore il 1 gennaio 2016, che permette di estendere una concessione “per la durata di vita utile del giacimento”, cioè per un tempo indefinito.

Se dovesse vincere il sì la frase all’inizio di questo articolo sarà cancellata.

Si tratta quindi di decidere del futuro di 88 piattaforme oggi esistenti entro le 12 miglia, in buona parte nell’Adriatico, un po’ nello Ionio e nel mare di Sicilia (vedi quì la mappa delle concessioni in mare e piattaforme marine: http://unmig.mise.gov.it/unmig/referendum/carta.asp).

Ecco una serie di punti da tenere in considerazione, secondo noi quando andrete a votare:

1) ANOMALIA ITALIA: innanzitutto potrebbe porre rimedio ad un’anomalia tutta Italiana, qual è la concessione senza limiti di tempo di una risorsa pubblica.

2) DOPPIA VALENZA: il blocco di nuove concessioni previsto nella legge di stabilità 2016, non impedisce che all’interno di concessioni già esistenti siano perforati nuovi pozzi e costruite nuove piattaforme. Dunque allungare la vita delle concessioni entro le 12 miglia potrebbe comunque portare ad un aumento dei pozzi.

3) GARANZIA DELLO SMANTELLAMENTO: la durata a vita della concessione, potrebbe rimandare l’operazione di smantellamento delle piattaforme, operazione molto costosa, ma che da contratto spetta alle società titolari delle concessioni.

4) POSTI DI LAVORO: le concessioni oggi attive scadranno tra il 2017 e il 2034, il che vuol dire che le piattaforme non saranno chiuse immediatamente; inoltre il referendum non mette in discussione le operazioni di manutenzione e smantellamento.

C’è da considerare inoltre che le attività di estrazione non sono labour intensive, dunque tutti i dati relativi all’occupazione da trivelle sono da prendere con le pinze (basti pensare che gli attivisti di Greenpeace l’anno scorso sono riusciti ad avvicinarsi alla piattaforma Prezioso, di fronte a Gela nel mar di Sicilia, l’hanno scalata e vi hanno appeso un gigantesco striscione, senza trovare ostacoli né risposta: il fatto è che non c’era proprio nessuno.)

5) QUANTITA’: Secondo l’ufficio per gli idrocarburi e le georisorse (Unmig) del ministero per lo sviluppo economico, la produzione delle piattaforme attive entro le 12 miglia nel 2015 è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di smc (standard metro cubo): ovvero coprirebbe meno dell’1 per cento del fabbisogno nazionale di petrolio, e circa il 3 per cento del fabbisogno di gas.

6) ROYALTY: le somme versate in cambio dello sfruttamento commerciale di tali giacimenti (royalty appunto) sono tra le più basse al mondo, e pari al 7 per cento del valore del petrolio estratto in mare e al 10 per cento del valore del petrolio estratto a terra e del gas (a terra o in mare); inoltre tali somme sono detratte dal reddito su cui le aziende verseranno le tasse. Come se non bastasse, c’è un ulteriore beffa: sono esenti da royalty le prime 50mila tonnellate di petrolio e i primi 80mila metri cubi di gas estratti offshore.

Analizzando i dati del Ministero per lo Sviluppo Economico (Mise), il Wwf ha notato come le royalty siano versate solo da 18 concessioni in mare su un totale di 69 (entro e oltre le 12 miglia): appena il 21 per cento.

7) VALUTAZIONE IMPATTO AMBIENTALE (VIA):  da un recentissimo studio del Wwf (aprile 2016 – qui il link: http://awsassets.wwfit.panda.org/downloads/scheda_trivelle_insostenibili.pdf) emerge che 42 piattaforme (su 88) sono state costruite prima del 1986, quando è entrata in vigore la legge che istituisce le procedure di valutazione di impatto ambientale (Via): sembra assurdo ma  quasi metà delle piattaforme esistenti entro le 12 miglia non è mai stata sottoposta a una valutazione di impatto ambientale.

Inoltre l’età media delle piattaforme è pari a 35 anni, piuttosto alta, mentre quasi la metà supera la quarantina. Di 88 piattaforme, otto sono definite “non operative”, cioè non in produzione; 31 (tutte a gas) sono “non eroganti” ovvero sono ferme per manutenzione o hanno cessato la produzione.

La domanda sorge spontanea: perché le compagnie hanno così tanti impianti inattivi? Perché il Mise non analizza la situazione prima che si verifichi un incidente che entro le 12 miglia potrebbe avere effetti catastrofici? 

8) INQUINAMENTO: Greenpeace ha ripreso le analisi realizzate dall’Ispra (l’istituto di ricerca ambientale collegato al ministero dell’ambiente) su alcuni campioni di molluschi che crescono sui piloni di alcune piattaforme sul litorale Ravennate, regolarmente pescati e venduti (le cozze da piattaforma coprono il 5% della produzione regionale e il 20-25% di quella della costa ravennate, come indicato dalla stessa Eni: https://www.eniday.com/it/sparks_it/sulle-scogliere-di-ferro-2/#sthash.H6GFUlEw.dpuf). Peccato che tali molluschi presentito valori di metalli pesanti e idrocarburi aromatici in quantità molto superiori ai limiti accettabili.

Siamo il Paese del Sole e del vento; potremmo tranquillamente vivere di energia solare ed eolica. Alla luce di quanto elencato sopra, conviene continuare a puntare sulle energie fossili?

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